Antoon Van Dyck, Matthias Stom e Pietro d’Asaro a Palazzo Alliata di Villafranca

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“La Crocifissione” di Antoon van Dyck
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“Scena di naufragio o pesca miracolosa” di Pietro d’Asaro
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“Orfeo incanta gli animali” di Pietro d’Asaro
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“Lapidazione Santo Stefano” di Matthias Stom
Tributo della moneta di Matthias Stom (1640)
“Tributo della moneta” di Matthias Stom

Antoon Van Dyck (Anversa 1599 – † Londra 1641)
Pittore fiammingo e collaboratore di Rubens, soggiornò in Inghilterra dal 1621 al 1627 seppure non mancò di viaggiare in quegli stessi anni visitando le città italiane di Genova, Roma, Firenze, Bologna, Venezia e Palermo nel 1624. Rientra ad Anversa nel 1626 e nel 1632 ritornò in Inghilterra e vi rimase fino alla sua morte. Durante i primi anni ad Anversa, la composizione di Antoon Van Dyck è fortemente influenzata dall’indole artistica del Rubens, a distinguere l’allievo dal maestro è solo una pennellata più nervosa e densa che tende al virtuosismo. Il periodo italiano segnò per il pittore fiammingo un primo superamento della maniera rubensiana attraverso lo studio dei grandi del rinascimento. In Italia ebbe grande successo come ritrattista e il vigoroso stile fiammingo delle opere giovanili lasciò qui il posto a una maggiore eleganza e originalità. I ritratti degli aristocratici italiani, spesso uomini su cavalli maestosi e dame in abito nero, rappresentano figure esili e idealizzate in pose erette e fiere. Influenzato dai grandi pittori veneti Tiziano, Paolo Veronese e Giovanni Bellini, adottò colori ricchi e puri: nessun pittore del suo tempo lo eguagliò nel catturare i bianchi scintillanti del raso, i soavi azzurri della seta e i morbidi cremisi del velluto, una tavolozza sempre più morbida, colori sfumati e accordati secondo le leggi del naturalismo. Pittore dell’aristocrazia, ottenne grande successo soprattutto a Genova, dove realizzò ritratti molto realistici. Il repertorio di tipi creato in quel periodo gli fu utile in seguito, alla corte di Carlo I d’Inghilterra, dove ritrasse la maggior parte degli aristocratici inglesi dell’epoca, sviluppando uno stile più leggero e luminoso. Tra le sue opere italiane ricordiamo la Madonna del Rosario, Oratorio del Rosario Palermo, Santa Rosalia Oratorio del Rosario Palermo, e la Crocifissione del 1624 conservata a Palazzo Alliata di Villafranca.

“La Crocifissione” di Antoon Van Dyck a Palazzo Alliata di Villafranca
Non sono molte le informazioni reperite su questa tela di devozione privata di 101 x 75 cm, simile a quella di Capodimonte della collezione Santorio. L’opera fu realizzata dal pittore fiammingo nel 1624, durante il suo soggiorno palermitano, probabilmente durante la sua permanenza presso il Palazzo Reale, essendo ospite del Viceré di Sicilia Emanuele Filiberto di Savoia.
Raffigura il Cristo in croce colto nell’attimo in cui lo stesso spira, un genere coniato dallo stesso pittore per le somiglianti opere diffuse come elaborazione personale della maniera di Rubens. Il pittore ricrea il golgota con lo sconvolgimento atmosferico, così come viene raccontato nelle Sacre Scritture, l’avanzare delle nubi e l’atmosfera tetra squarciata dai lampi: << era verso mezzogiorno quando il sole si oscurò e si fece buio in tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù gridando a gran voce , disse :” Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,44-46)>>. Van Dyck immortala il Cristo proprio in quello sguardo rivolo al Padre. La tensione anatomica viene fuori soprattutto nell’apertura delle braccia divaricate e stirate con il tipico assetto a “Y”, la mano destra benedicente e la sinistra chiusa con i chiodi piantati sui polsi, trasmettendo il dolore del crocifisso, esasperato dal Pathos barocco. Il corpo, dalla cromia avorio tipica del pittore, è illuminato da una luce che scende dall’alto e fa da contrasto con il bruno dello sfondo. Il perizoma, candido ed esuberante, avvolge il ventre e scivola sul lato destro lasciando intravedere il rosso del sangue, che scorre dalle membra muscolari tese nello spasmo. Risaltano due particolari: il cartiglio in alto, bianco e senza nessuna scritta e in basso ai piedi della croce il teschio di Adamo, senza mandibola, con un punto di vista simile a quello della prima immagine di Santa Rosalia di Vincenzo La Barbera, realizzata nell’ Agosto del 1624. La stessa tipologia di cranio fu riproposta da Van Dyck in diverse raffigurazioni di Santa Rosalia e anche nella Madonna del Rosario (1627) dell’oratorio di San Domenico.
Nel 1878 il quadro viene reso pubblico dallo studioso Giovanni Meli, che conferma la sua presenza nella casa del duca di Salaparuta.
Il restauro della Crocifissione, eseguito dal Dott. M. Sebastianelli, ha permesso di recuperare un’opera del pittore fiammingo oggi restituita al pubblico.

Pietro D’Asaro
Pietro d’Asaro nasce a Racalmuto nel 1579 e ivi morì nel 1647, detto il Monoculus Racamultensis (il Monocolo di Racalmuto) perché aveva un difetto fisico ad un occhio e firmava spesso le sue tele con questo pseudonimo. La sua formazione è palermitana, ma viaggiò per l’Italia passando per Roma, Genova e Napoli e ciò spiegherebbe i vari accenti presenti nelle sue opere, dalla cultura tardo manierista all’influenza di matrice barocca, confrontandosi con l’ insegnamento del realismo caravaggesco, ma variandone spesso i moduli compositivi e anche il repertorio, raggiungendo un naturalismo analiticamente meticoloso. Nasce come pittore di paesaggi, animali, di scene allegoriche e storiche, fino a privilegiare solo le scene a tema sacro. Alcune notizie sulla vita del pittore ci sono tramandate da alcuni passi tratti dall’opera “Dialoghi familiari sopra la pittura di Padre Fedele da San Biagio”, che venne pubblicata a Palermo nel 1788, dove lo stesso si sofferma sulla formazione dell’artista affermando che il suo stile si rifacesse a quello del pittore Zuccheri. Più tardi D’Asaro si avvicinerà alla bottega di Gaspare Bazzano detto “lo zoppo di Gangi”, lavorando al suo fianco e apprendendo le tecniche della sua scuola, contribuendo ad arricchire il panorama della cultura figurativa siciliana.
Oggi alcune delle sue opere sono conservate presso le Chiese di Racalmuto, Palazzo Abatellis, Museo Diocesano e Palazzo Alliata di Villafranca di Palermo.

“Orfeo incanta gli animali” di Pietro d’Asaro a Palazzo Alliata di Villafranca
Secondo le più antiche fonti, Orfeo è nativo della città di Lebetra in Tracia, figlio della Musa Calliope e del tracio Eagro. Alcune tradizioni invece attestano che egli sia figlio di Apollo; fu proprio lui a saper sfruttare la lira inventata da Ermes, donandola poi al migliore fra i poeti. Orfeo che con la potenza incantatrice della sua lira e del suo canto, placava le bestie feroci e animava le rocce e gli elementi della natura. La musica e i suoi versi erano talmente deliziosi che anche Seneca scrive così sul cantore “cessava il fragore del rapido torrente, e l’acqua fugace, obliosa di proseguire il cammino, perdeva il suo impeto… Le selve inerti si movevano conducendo sugli alberi gli uccelli; o se qualcuno di questi volava, commuovendosi nell’ascoltare il dolce canto, perdeva le forze e cadeva … Le Driadi [ninfe dei boschi], uscendo dalle loro querce, si affrettavano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto…”).
In seguito l’iconografia del poeta fra gli animali sarà riprodotta nell’arte cristiana senza variazioni particolari. Orfeo verrà identificato con la figura del Buon Pastore, un giovane imberbe circondato solo da animali pacifici, questa rappresentazione derivava dalle raffigurazioni pagane di Apollo e rimase in uso, in Italia, fino al VI secolo. Nel 1613-1618 il pittore siciliano Pietro D’Asaro ne riprende l’iconografia, dipingendo la tela “Orfeo incanta gli animali” oggi conservata all’interno di Palazzo Alliata di Villafranca. Al centro della tela si vede Orfeo con la testa e lo sguardo rivolto verso il cielo, mentre suona il violino e incanta gli animali che si radunano attorno a lui, la sua musica e i suoi versi sono così dolci da incantare l’intera natura che lo circonda. La figura del cantore è rappresentata seduta su una roccia, e intorno a lui tantissimi animali, pecore, cavalli, uccelli, tacchini, cani, conigli, ma ancora più particolare la figura dello struzzo alla sua sinistra e a destra la figura di un cammello. In basso a sinistra un’altra figura umana, probabilmente un autoritratto del pittore, guarda verso lo spettatore, con sé ha un bastone e un altro strumento musicale, la zampogna. Pietro D’Asaro rappresenta Orfeo non con la lira ma con strumenti musicali del nostro territorio e di epoche diverse molto più vicine al suo tempo, come il violino (XVI secolo) e la zampogna (diffuso in Europa in età medievale). Il pittore rappresenta la realtà con l’impiego di forti contrasti di ombre e luci, creando effetti simbolici e dando all’opera anche un significato religioso, così si avvicina al realismo caravaggesco.

“Scena di naufragio o di pesca” di Pietro d’Asaro a Palazzo Alliata di Villafranca
Il quadro si presta a due differenti letture, scena di pescatori o scena di naufragio. Di fatto, l’artista rappresenta due momenti totalmente in antitesi tra loro: sullo sfondo, in un’atmosfera carica di nuvole scure colme di pioggia e mare in tempesta, si scorgono galeoni carichi di uomini, sulla sinistra una torre in decadenza, mentre dal mare sbuca fuori un inquietante mostro marino; in primo piano a sinistra, invece, tre uomini con cesti pieni di grossi pesci e crostacei, in un’atmosfera questa volta prospera e ben augurante. In basso a destra, infine, una figura di uomo, ritratto a mezzo busto, con un cesto di pesci e un bastone tra le mani, simile a quello ritratto nel quadro dell’Orfeo di Pietro d’Asaro. Quest’ultimo è rappresentato con lo sguardo rivolto ai tre personaggi in primo piano sulla sinistra del dipinto, quasi ad osservare la scena come spettatore, e ciò avvalorerebbe la tesi che si tratti di un autoritratto del pittore.
Le due scene si distinguono e contemporaneamente si avvicendano grazie alla resa fortemente realistica, sottolineata con l’impiego di forti contrasti di ombre e luci, che ne plasmano le figure e il paesaggio.

Matthias Stom (Amersfoort 1600 circa – Sicilia 1650 circa)
Nato attorno al 1600 ad Amersfoort, nei Paesi Bassi, crebbe artisticamente influenzato dal tardomanierismo e dal naturalismo italiano, importato in Nord Europa da molti artisti tornati in patria dopo anni di soggiorno a Roma. Tra gli anni ’30 e ‘40 del 1600 è documentato il suo viaggio in Italia ed in particolare il suo soggiorno siciliano, datato tra il 1639 e il 1645. A questi anni si deve la realizzazione di alcune delle opere più riuscite, frutto di un compiuto raggiungimento artistico, fatto di elementi tardo caravaggeschi e naturalistici rivisti in chiave classicista: La flagellazione dell’Oratorio del SS. Rosario in San Domenico a Palermo, il Miracolo di Sant’Isidoro Agricola della Chiesa Madre di Caccamo, il San Domenico di Silos e la Natività a Monreale e i due grandi dipinti della Lapidazione di Santo Stefano e del Tributo della moneta appartenenti alla collezione privata della famiglia Alliata e oggi esposti nella Sala del Principe Fabrizio a Palazzo Alliata di Villafranca.
Gli anni della committenza al pittore de Il tributo della moneta e della Lapidazione di Santo Stefano, coincisero con l’ascesa politica dei Principi Alliata di Villafranca. Entrambe le tele furono commissionate allo Stom dal Principe Giuseppe I Alliata e si inseriscono dunque nel programma di autocelebrazione del proprio casato.

“La lapidazione di Santo Stefano” di Stom a Palazzo Alliata di Villafranca
La rappresentazione della Lapidazione di Santo Stefano infatti vuole espressamente associare la figura del Santo, da un punto di vista numerologico, alla storia millenaria della famiglia Alliata. Santo Stefano è infatti ricordato come uno tra i 7 uomini “degni di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza” di Gerusalemme, così come il numero 7 ricorre spesso nella storia della famiglia Alliata: discendenti dall’antica gens Allia, è menzionata tra le prime 7 famiglie libere di Roma, il casato degli Alliata compariva anche tra le prime 7 famiglie “veramente nobili” della patria e lo stesso Giuseppe I, colui che commissionò il quadro, rivestiva in quel momento la carica di settimo Barone di Villafranca Sicula.
Matthias Stom riproduce l’episodio narrato negli Atti degli Apostoli sulla fine di Santo Stefano, primo martire della Chiesa Cristiana. Il dipinto, infatti, raffigura il momento più tragico della storia del Santo, rappresentato in ginocchio e vestito con abiti diaconali, lapidato dai rappresentanti del popolo alla presenza di Saulo (in futuro, l’apostolo Paolo), seduto su una roccia a sinistra, mentre un puttino alato, in alto a sinistra, scende dal cielo a porgergli la corona del martirio.

“Il tributo della moneta” di Stom a Palazzo Alliata di Villafranca
Agli stessi anni si data il Tributo della moneta. Si tratta di un episodio narrato nel Vangelo di Matteo: Gesù e Pietro, apostolo privilegiato e strettamente legato alla storia degli Alliata, giunti a Cafarnao, al momento di entrare al tempio, furono bloccati all’ingresso dalla richiesta del pagamento di un tributo. Matteo, a tal proposito, ci tramanda che Gesù chiese a Pietro da chi, secondo lui, i Re prendessero le tasse, se dai loro figli o dagli “estranei”. Pietro, narra Matteo, rispose: “dagli estranei” e Gesù: “dunque, i figli ne sono esenti. Tuttavia, per non scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che salirà, aprigli la bocca e vi troverai uno statere. Prendilo e dallo ad essi per me e per te”. L’episodio è dunque rappresentato da Matthias Stom in due scene, in secondo piano a sinistra, la scena della pesca miracolosa, in primo piano, a destra, il miracolo immortalato nell’espressione di stupore di Pietro e degli apostoli attorno a lui. Pietro, con ancora il pesce in mano, guarda lo statere rinvenuto nella bocca del pesce appena pescato.
Anche in questo caso, e forse anche più che nell’altra tela, il riferimento al casato degli Alliata e alla presa di possesso del feudo che prese il nome di Villafranca è evidente. È noto infatti che, al momento dell’insediamento nei territori del feudo Triocala, gli Alliata assunsero l’onere di pagare le tasse per 10 anni al posto degli abitanti del luogo (in aperta polemica con le gravose imposizioni tributarie della corona spagnola) e, a perenne ricordo di questo generoso atto di magnanimità, chiesero e ottennero dal Re di mutare il nome del feudo in “Villafranca”, cioè città esentasse.

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